Bouillabaisse

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C’è stato un tempo in cui pensavo che la musica mi avrebbe salvato la vita. Ero piccola entusiasta e non avevo paura di niente. Suonavo come un’ossessa e più le cose succedevano più io suonavo più forte per non sentire. Poi una mattina mi sono svegliata e ho capito che non era terapeutico, solo un antidolorifico temporaneo. Allora mi son messa la musica in tasca e ho cominciato a camminare senza farmi più tante domande. È stato il tempo in cui i libri m’han salvato la vita. Ma non i libri in sé. Le parole. Non il senso. Il suono. E quando mi hanno detto che le bozze si correggono leggendo all’indietro, io, a me, mi è preso un colpo di illuminazione, non si legge la frase dalla prima parola della frase, ma dall’ultima, perché chi corregge le bozze non deve badare al senso, deve solo cercare i refusi: e se sei concentrato sul “senso della frase”, l’errore tipografico ti sembra il minore dei mali e tendi a non vederlo. E dopo tanto tempo aver passato tanto tempo a confondere la semantica con la fonologia, è arrivato il tempo in cui ho creduto che la filosofia mi salvasse la vita. Poi mi sono innamorata. Per la prima volta, credo l’unica in vita mia, credo. E allora sono diventata atea nei confronti della vita, e ho cominciato a sentirmi abbastanza invincibile e ho smesso di chiedere mistificanti salvezze a chicchessia.
Poi il tempo è cambiato ancora, e io forse non ero troppo pronta: che io son cresciuta in quegli anni là, in cui i film, al cinema, erano fatti di due tempi; l’ad libitum era un concetto della classica, non un panteismo.
E quindi, così, questo tempo qua è abbastanza in itinere e non meglio classificato. In questo tempo qua ci sei anche tu, e certe mattine e certe notti sei chiarissimo; e certi giorni inesistente e falso come l’elio nella voce.

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