Bouillabaisse

Your awesome Tagline

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Anonymous asked: sei forte, ti seguo nel mondo tuìt, da un po'. Ma chissei, cosafai, doveabiti, dondevieni, ovevai? Mi piace la tua intelligenza e il tuo fair play corrosivi. Ciao stefano, burattinaio e antropollogo a tempo perso. GFià militante, ma ora.. per caritàdiddio. Anche se..

Comunque pur’io da grande volevo fare l’antropolloga.

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Anonymous asked: Sono il tuo amato v. e devo dirti che mi piacciono le cose che dici, sono concave. Ci sono cose concave che ci si può stare dentro, fetalmente, o come un liquido prenderne la forma, con annesso scambio di temperatura, odore e umidità. Conca, acqua, tu. Io. Baci.

Mi piace l’acqua. (Di suo sempre per sempre Si chiama francesca questo romanzo

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Beppe Grillo

Quando ho letto beppe grillo che ha scritto che il 25 aprile è morto m’è venuta in mente mia nonna che diceva che son sempre i migliori che se ne vanno, e che le merde restano.
A scrivere stronzate, restano.

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Carissimo zio,
Proprio mentre ormai speravo di essere graziato è venuta la condanna a morte.
Ti sarò grato se potrai farmi avere una sepoltura cristiana, in modo che in seguito la mia famiglia possa riavere il mio corpo.
Io vesto: giacca di fustagno, maglione marrone, pantaloni blu da sciatore, scarpe da casermaggio.
Ho baffi e capelli ricci neri.
Ti abbraccio.
Renato Molinari
P. Malvezzi e G. Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 1952.

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Ho sempre pensato che quando vedevo la copertina avrei fatto la solita polemica, ma la solita polemica a non polemicarla allora no era come non dirlo, ho pensato che quando arrivava la copertina volevo fartela vedere, ho pensato che è un giochino, che sono racconti dimmerda, ma è tutto sommato un libro, e voglio farti vedere sta minchia di copertina.
Volevo farla vedere anche al Paolo, non l’ex, il padre. Ho la copertina, e è incredibile come la copertina ti bagni dippiù dell’interno che hai scritto.
C’è la prova costume. Smetto di bere sborra fino a tipo luglio.
C’è il titolo. È sbagliata. La copertina.

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. Allora ci furono sospiri più grossi perché repressi e sguardi furtivi più dolci perché nascosti e rossori di fuoco anche se non c’era peccato.

Lei ha detto a lui che non l’avevano mai fatto con la schiena verso la faccia, mentre lei suonava il violoncello; e che il vibrato non le piaceva; che il vibrato le piaceva dentro, dentro nella pancia. Lui ha risposto che oggi piove un non governo, che manco possiamo dirgli ladro, perché è come imprecare i fantasmi, e non dà soddisfazione.
Lei ha pensato a Vico, ai corsi, ai ricorsi, storici, ha pensato che nei pensieri c’erano troppe virgole, ma tuttavia il concetto era giusto. Lui, gli è venuto il cazzo duro e dentro la testa bestemmiava allargato.
Lei ha allargato le gambe, era seduta sul divano e ha cominciato a toccarsi. Lui era davanti a lei, e finiva i santi e montava lo sperma, e diceva che c’era poca luce, perché le femmine son fatte di parole ma i maschi d’immagini.
Lui s’è fatto una sega davanti a lei. Lei l’ha trovato volgare.
Lei ha tirato la testa indietro e s’è messa due dita dentro e di politica non le fregava niente, e manco dell’amore. Lui s’è preso in mano il cazzo, e con quello le ha aperto più le gambe. Lei concava, lui convesso.
Lui ha detto che doveva svuotarsi i coglioni, che aveva le palle piene di lei. Lei finalmente l’ha trovato romantico.
Lei ha pensato che le storture e le brutture vanno condivise, ma che ci si pensa dopo. Lui gli ha messo un pezzo di legno tra le gambe, lei ha goduto. 

E i rossori erano di fuoco, anche se non c’era peccato.

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Ho ritrovato questo libro di Ariès. Che praticamente in parole povere dice che il bambino non appartiene all’ordine della natura, ma a quello della storia, e questo è dimostrato dal fatto che è un palinsesto culturale in grado di rivelare molto sulle ideologie che lo producono.
Questo fatto è liberatorio, e cito in giudizio la società. O al limite mamma e papà. Se sono cattiva, brutta, ignorante, be’ non è colpa mia.
Ma a proposito di letteratura per l’infanzia, che è poi la mia passione là dove c’è libertà dal carico ideologico, io, ecco, una cosa che penso è che non potrà mai essere perfetta né perfettibile, perché tra chi scrive e chi legge c’è una gerarchia, un potere, una piramide; e per quanto si possa essere autori intellettualmente onesti, c’è sempre un subalterno e un dominante. (E che poi subalterno-dominante restano ruoli anche adulto-adulto tra chi scrive e chi legge. Ma questa, forse, è un’altra storia.)
Io quand’ero piccola, a me, m’avevano regalato le Fiabe africane quelle di Calvino, ma non sapevo leggere. Quando non sapevo leggere mi facevo sempre ripetere quella di Ananke il ragno, e infatti non tengo paura dei ragni e Ananke tiene più zampe che occhi, e è il più benevole dei dii, e difatti io volevo diventare animista, ma mi pareva una setta come un’altra, quindi non se n’è fatto niente.  Poi quando ho imparato a leggere ho cominciato a toccarmi con La donna che scambiò suo marito per due quarti di mucca. Che è una storia tristissima, e lei non era antipatica, un po’ ambiziosa, ma io sono per la rivalutazione dell’ambizione, che Verga cià pure un po’ rotto il cazzo.
Poi, che già sapevo leggere, avevano fatto lo sceneggiato in tivvù dalla rai voluto dal pentapartito, del Piccolo alpino. L’ho fortemente voluto, me l’hanno comodamente accolto. Niente. C’era questo che faceva la mascotte, un po’ eroe un po’ no, un po’ sfigato un po’ eroe, un po’ antipatico un po’ eroe. Là l’illuminazione di non voler far l’eroe. L’ha scritto un tipo che si chiama Salvator Gotta, e allora rivaluti l’importanza dei nomi d’arte, perché certi, certi proprio no.
Poi ho letto Pinocchio. E quanto ho goduto quando Grilloparlante è morto, era tutto un tifo di Eddai, eddai, eddai faccela, ammazzalo ammazzalo. Il Grilloparlante era il cattivo da ammazzare, la coscienza da cui emanciparsi. Là la seconda illuminazione. Sono cattiva, brutta e ignorante, ma adesso sono grande e so che è colpa della società, o al massimo massimo di mamma e papà.
Mi piace dire la parola frocio, odio le edulcorazioni, coi giri di parole ci farei cappi per ridarli alla gola che li figliano, vorrei credere in dio e l’unica cosa che mi riesce è chiedere aiuto a un padre morto mentre mi tocco e secondo me non vale, sono pinocchiocentrica: eddai eddai eddai ammazzalo Grilloparlante, muori muori muori.

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Sposerò Paolo Nori

Senti,
Hai rotto il cazzo, e l’incendio, e l’incidente. Ma poi Porrettana che cazzo di nome è? Guarda che ti seppelliscono sotto l’asfalto sciolto coll’acido. Manco fosse Ravenna.
Quell’anacoluto là, scritto dal Je, a moi, che conta le costole delle figure retoriche io dove cazzo lo vado a prendere?
E i collettivi, che io, a me: siamo tutti coinvolti altro che de andré?
E i neutri, transgender, ecumenici e democratici?
Senti Nori, hai rotto il cazzo.
Ti amo e ti odio per le stesse ragioni; ho pensato che potevo capirti perché la contemporanea italiana veniva dall’ottocento russo e dall’emilano italiano. Ma questo sarà stato il chianti, che mi fa schifo, perché io, a me, la Toscana, mi fa schifo, per via del fatto che è docile. A me mi piace l’abruzzo e il piemonte. E La vergogna delle scarpe nuove, è il titolo del secolo, va detto.
Scusa una roba.
Io quei filamenti che si giocava da bambini, che si partiva da una figura, infilato con l’elastico o lo spago dentro una mano, e poi l’altro lo prendeva, e nessuno ha mai capito dove andasse a finire, io sono arrivata alla terza mossa, ecco, io credo, che ora dico una cosa saggia. Un mezzo rimane un mezzo finché cambia i linguaggi. E tu sei linguaggio e mezzo, e a tal proposito volevo chiederti se volevi sposarmi.
(Ma poi non puoi chiedergli una cazzo di cassettina di gigi d’alessio che ti risvegli come fanno tutti?)
Poi ‘spetta una cosa sola. Hai fatto dei libri di merda, dobbiamo parlarne, mica che te ne esci così, che mò so’ tutti capolavori.
Ma soprattutto, pezzo dimmerda che non sei altro, io da chi cazzo copio ora?

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questo sudamericano quassù con una Gugg
entrò con la sua puttana
e lei sedette sulla sponda del mio letto e
accavallò le sue belle gambe
e lui tirava il suo cravattino
e io avevo i postumi di una sbornia
e lui mi chiese
COSA NE PENSI DEI POETI
AMERICANI?
e gli dissi che non pensavo un granchè
dei poeti americanie poi lui continuò a farmi altre
domande davvero squallide
(mentre le gambe della sua puttana stavano di fianco
al mio cervello) come
BENE? NON TI INTERESSA NULLA
MA SE TU STESSI INSEGNANDO IN UNA CLASSE E UNO DEGLI STUDENTI TI CHIEDESSE QUALI POETI AMERICANI DOVRESTI LEGGERE
COSA GLI DIRESTI?
lei accavallò le gambe mentre guardavo e pensai
che avrei potuto buttare lui fuori con un pugno
e violentare lei in 4 minuti
prendere un treno per L.A.
scendere in Arizona e incamminarmi nel deserto
ma non potevo dirgli che non avrei mai insegnato
un corso
che oltre a non piacermi la poesia americana
non mi piacevano neanche i corsi americani
o il lavoro che avrebbero voluto che io
facessi,
così io dissi
Withman, T.S. Eliot, le poesie di D.H. Lawrence su rettili e bestie, Auden. e poi io
mi resi conto che Withman era il solo vero americano e gli altri di certo no, e
anche lui lo sapeva
lo sapeva che avevo detto cazzate
ma non mi scusai
pensai ancora un po’ allo strupo
mi ero quasi innamorato della donna ma sapevo che quando sarebbe uscita
non l’avrei più rivista
e ci stringemmo le mani e il Gugg disse
che mi avrebbe mandato l’articolo quando sarebbe uscito
ma sapevo che non avrebbe scritto un articolo
e anche lui lo sapeva
e poi disse
ti manderò alcune delle mie poesie tradotte in
inglese
e io dissi, va bene
e li osservai uscire fuori dalla stanza
osservai i suoi tacchi alti ticchettare giù dagli alti
verdi gradini
e poi entrambi erano spariti
ma io continuavo a ricordarmi il suo vestito scivolarle addosso
come una seconda pelle
e io impazzii di dolore, amore e tristezza
e mi stavo comportando come uno stupido incapace di
comunicare
qualunque cosa
e rientrai e finii quella birra
ne aprii un’altra
mi misi la mia giacca stracciata
e uscii nelle strade di New Orleans
e quella sera stessa
sedetti con i miei amici e mi comportai in un modo disgustoso
e da stronzo
straparlai, fui villano
e crudele
e loro non seppero mai
perché.
C. Bukowsky, Notte imbecille (madrigali da una camera in affitto), SugarCo Edizioni, 1988.
[Intervistato da un premiato del Guggenheim]

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Scusa signo’

Buongiorno signo’, ho preso i lupini e le noccioline, stavano a poco poco. Vuole? Lei non deve anda’ ner banchetto de mezzo, dentro alla gente, quella è roba vecchia, ormai quelli centrali so’ dei canadesi, io ‘ste noccioline le ho prese a quello praticamente sur marciapiede, nun se lo filava nessuno e lui filava a me.
E prendeteli du’ lupini, o du’ bruscolini, so’ freschi che se sbucciano ‘na meraviglia. Guarda. ‘Na vorta mi’ figlia doveva studia’ ‘na novella che me l’ha raccontata come un uomo dar fiore in bocca, non ho capito bene, guarda qua, ‘sto bruscolino se sbuccia come un fiore, pigliatene uno, offro io, che so’ signora.
Non lo so signo’, a me ‘sta vita tanto m’ha dato e tanto m’ha tolto. A ‘n certo punto me so’ cavata l’occhi che tanto nun me servivano più manco pe’ piagne. Invece de piagne me veniva e quell’occhi manco pe’ facce ‘na collana erano boni. Allora ho capito che i proverbi nun servivano a gniente. Però mica che l’abbandono.
Boh, signo’, a me mi madre me faceva sempre una polenta che non te dico. Ce la stendevamo sempre stesa stesa sopra a ‘sta spianatora no? Ce mettevano er sugo sopra e poi se magnava tutti da là, era un gesto, nun so come di’, poetico, de condivisione, de generosità, de sicurezza.
So’ boni ‘sti bruscolini. Nun se trovavano più così. Io una volta fumavo anche, ma poi ho smesso. La crisi, la guerra, la donna che nun me va più de moda emancipata. Signo’ pigliatevolo almeno un lupino.
A me coi lupini me cià allevato mamma dentro alla pancia. Me l’ha raccontato lei che quando era incinta a me nun magnava altro e solo lupini, e allora io mò li compro e non li magno. Pigliate almeno un lupino.
Infatti certe volte penso che so’ nata co’ la scorza dei lupini, che me devi apri’ e poi dici se so’ bona o so’ cattiva, ma prima, ah signo’, parlamose, prima me te devi mette in bocca.
Io, signora mia, a me del tempo nun me frega niente, e quelli metereopatici non li capisco, solo che la natura m’ha dato ‘sto dono che capisco gli stronzi e quelli no. E io gli stronzi li scanzo, che de stronza basto io.
Signo’, io è ‘na vita che faccio la puttana, ma la differenza è che mò brucia e non godo. Pigliate un lupino, un lupino dà soddisfazione. L’accento in quel pigliate lo mettiamo allibitum. Poi festeggiamo.
Scusate signo’, se v’ho annoiato su ‘sta panchina, ma a me la panchina me mette gioia, me mette allegria, me mette speranza: pure parla’ colle persone me dà futuro: a me la gente me piace, me dà energia.
Scusate se v’ho asciugato prosciugato dimagrita.
Voglio lasciavve co’ ‘ste parole. Mia nonna Milena asciugamani li chiamava asciuttamani. E benché asciuttamani, come parola, io la adori, non sono mai riuscita a dirla.
Scusa signo’. Scusa signo’, scusa. Asciuttamani. L’impellenza di dirlo.